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Interventi Chirurgici (ulcere)

Sappiamo che le ulcere venose sono la grave complicanza di una malattia venosa per lo più trascurata.

Si tratta di una patologia conosciuta fino dall’antichità e ci sono stati tramandati i più svariati metodi di cura.

Sulle ulcere sono state poste le sostanze più svariate per farle guarire ma finchè non si è compreso il motivo per cui esse comparivano non si cavava un ragno dal buco.

In realtà alcune sembravano chiudersi spontaneamente ma solo se lo sventurato rimaneva a letto per un certo tempo, magari per tutt’altre ragioni.

In effetti l’ulcera venosa è figlia della pressione. Di quella venosa, intendo.

Sì, anche le vene hanno una loro pressione, determinata dai più svariati fattori ma i principali sono il malfunzionamento delle valvole venose profonde (magari per una flebite, ad esempio) oppure per il malfunzionamento di valvole superficiali trascurato (come le varici) e, da non trascurare, la FORZA DI GRAVITA’ che tende a richiamare il sangue verso la periferia ossia verso le gambe.

Insomma la STASI VENOSA, dovuta alla pressione, è responsabile della sofferenza dei tessuti più lontani dal cuore, come ad esempio le zone delle caviglie.

E’ qui che le ulcere tendono a venire ed ad aprirsi verso l’esterno. La situazione diventa subito grave per un’infezione e il dolore diventa il compagno sgradito di tutte le notti insonni…

Imperativo dunque, per farle guarire, è  controbilanciare la Pressione Venosa, dapprima confezionando fasciature in 3 strati e successivamente utilizzando le famigerate CALZE ELASTICHE.

Ma, accanto a questi basilari provvedimenti, assolutamente da non trascurare, si è fatto strada di recente un  metodo NON alternativo bensì coadiuvante,

il PRP.
L’acronimo significa PLASMA RICCO IN PIASTRINE e viene sfruttato  il potere rigenerante delle piastrine che cedono i loro ‘fattori di crescita’ che permettono una guarigione più rapida.

Da un semplice prelievo del proprio sangue, che viene opportunamente ‘lavorato’ in laboratorio, viene estratto un gel piastrinico o un siero che vengono messi a contatto con l’ulcera, ricoprendola completamente. Le bende, confezionate come al solito, completano il trattamento.

Con questo metodo, si evitano allergie per l’uso del proprio sangue e la guarigione viene opportunamente accelerata.

Naturalmente tutto è affidato allo specialista angiologo che controllerà l’assenza di infezioni  e confezionerà gli  adeguati bendaggi.

Mostriamo dunque come viene posto in sito il gel piastrinico e come la più rapida guarigione ripristina la normale funzione dei tessuti.

Interventi Chirurgici (safena)

Lo stripping della Vena Grande Safena (VGS) è stato, ed è tuttora, l’intervento più gettonato dalla massa dei chirurghi, vascolari o generali.

Si tratta di una operazione tramandata dai maestri del passato e ritenuta l’unica possibilità di combattere la Malattia Varicosa.

Consiste nell’isolare la VGS, introdurre una specie di filo d’acciaio dentro di essa e infine, con forza,strappare la vena da una controincisione.

Detto così l’intervento appare sminuito e quasi volgare e allora ecco che si è pensato di distruggere la vena in altri modi:

– Bruciarla con il laser

– Fulminarla con la radiofrequenza

– Intossicarla con soluzioni schiumose di liquidi sclerosanti, la cosiddetta ‘scleromousse’.

Nulla in contrario, ovviamente. Sono interventi di alta specialità e tecnologia, con impiego di mezzi tecnologicamente avanzati e fatti per lo più da  chirurghi abili e preparati.

Ma il problema non è dovuto alla tecnica ! La VGS più o meno viene in qualche modo disabilitata dalle sue funzioni, distrutta o ablata  e comunque tolta dal circolo venoso. La domanda però che ci si dovrebbe porre è:

 MA COSA SUCCEDE DOPO?

ossia quando la cute, il sottocute e le loro strutture devono essere drenate? Ossia chi svuoterà questi sistemi dal sangue di ritorno?

Ecco allora la comparsa di vene secondarie che, da buoni  gregari, cercano di portare il sangue nella circolazione profonda che dovrà a sua volta andare al cuore.

Il problema è che questi vasi sono piccoli, diciamo noi ‘neoformati’ e perciò deboli e che si dilatano facilmente.

Ecco allora la temuta RECIDIVA ossia la ricomparsa di varici che magari sono peggiori di quelle che si avevano prima dell’intervento.

Allora le persone,specialmente donne, ci vengono a dire: ‘sto peggio ora che prima dell’operazione….’

Ma se da vecchi (si proprio così: da VECCHI) abbiamo bisogno di un by-pass al cuore o alle arterie delle gambe, dove prendiamo il materiale più ambito,sicuro e biologicamente inerte che sono le nostre vene? Ma non ce le hanno strappate o distrutte quando eravamo giovani? e ora? ricorriamo alle protesi?

Bene, sono sul mercato, costano un occhio della testa ma….non hanno lo stesso  valore biologico delle nostre vene la cui durata è molto più lunga! E uno studio giapponese ci ha dimostrato che sono buone anche se varicose !

La conclusione è ovvia. Non TOCCATE le VENE SAFENE, usate metodi di conservazione il cui acronimo è CHIVA ossia chirurgia conservatrice ambulatoriale, ideata da un professore francese di nome Italiano: CLAUDE FRANCESCHI il cui genio ci ha permesso di effettuare uno studio meticoloso, difficile con l’ECOCOLOLORDOPPLER che ci permette di costruire una vera e propria MAPPA EMODINAMICA su cui basare le scelte chirurgiche.